Ho avuto due doni dalla vita: sono nato a Napoli e ho visto Maradona!

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Una storia ha sempre un inizio. E questa storia per Napoli e i napoletani è iniziata una notte d’estate del 1984, quando la notizia rimbalzò per i bassi e i balconi dei vicoli della città: “Tenimm a Maradona” (abbiamo acquistato Maradona), il passaparola rimbalzava così di vicolo in vicolo in una Napoli incredula e insicura che fosse vera la notizia. Non esistevano internet, i social, le notifiche delle notizie dell’ultim’ora sul cellulare e si aspettò quindi l’ufficialità della prima pagina de Il Mattino, che era la voce ufficiale di ogni verità e che dal “Chiatamone”, storica sede ormai abbandonata da tempo, usciva a mezzanotte per riempire le tante edicole notturne aperte della città, che lo aspettavano solitamente con i primi clienti già in attesa per sfogliare le copie ancora “fresche di stampa” di quello che un tempo era il quotidiano più letto del Mezzogiorno. Quella sera c’era la fila all’edicola storica della Riviera di Chiaia e come arrivò il camioncino con la scritta grande sul fianco “Il Mattino di Napoli” tutti si affrettarono a comprare una copia del giornale per leggere l’unica notizia per la quale una città intera fremeva da giorni e rimase sveglia quella notte: “Maradona è del Napoli“. Era ormai ufficiale. Era il 30 giugno del 1984. Fu così che ebbe inizio la favola di Napoli e dei napoletani e del loro eroe, Diego Armando Maradona, El Pibe de oro.
Soltanto pochi giorni dopo, il 5 luglio, in uno stadio San Paolo gremito in ogni ordine di posto, Diego fece il suo ingresso in quello che sarebbe diventato il “Tempio del Calcio” salendo la scalinata che dagli spogliatoi portava nel campo sotto la Curva A, accolto da un popolo in festa e da una folla incredibile di giornalisti e fotografi. Eravamo lì tutti per lui. E lui si presentò semplice com’era, come un figlio di Napoli in jeans maglietta e scarpette da ginnastica. Gli misero una sciarpa al collo e lo accompagnarono fino al centro del prato verde, dove in uno stadio in tripudio per lui disse con una voce esitante “Buonasera napoletani, io sono molto felice di essere con voi”. Poi fece pochi palleggi e lanciò il pallone in aria lontano con quel suo sinistro magico, mandando ancora una volta la folla in visibilio.

Non avevamo visto niente. Con quei pochi palleggi e quel pallone lanciato in aria verso il cielo azzurro di Napoli avevamo avuto quel giorno soltanto un piccolo assaggio di quella che sarebbe stata l’avventura più bella. Eppure eravamo già in delirio. Avevamo intravisto Dio in un pallone. Per questo eravamo al settimo cielo. Avrei compiuto 11 anni soltanto 6 giorni dopo quel 5 luglio 1984. Avevo avuto il regalo più bello. Avevo visto Maradona.

Conobbi Diego Armando Maradona qualche anno più tardi, quando ormai la favola era nel bel mezzo della sua storia e il campione a Napoli era ormai diventato leggenda. Avevo un caro amico di nome Raimondo che era nipote del Direttore dello Stadio. Per questo, capitava spesso che fossi invitato da lui a vedere la partita del Napoli in tribuna stampa, quando ai giornalisti era riservato lo spazio posteriore a quella che oggi è la tribuna vip del San Paolo. Ci veniva riservato una sorta di gabbiotto, all’interno del quale c’era un tavolo e due o tre sedie. Erano gli spazi riservati alla stampa. Era destino, evidentemente, fin da bambino che diventassi un giornalista. Al termine di una partita col Milan finita con un pareggio senza reti al papà del mio amico fu offerta la possibilità di scendere negli spogliatoi per conoscere i calciatori del Napoli. Impazziti dalla gioia, arrivammo nel sottopassaggio che porta agli spogliatoi del San Paolo emozionati e increduli. Finché, d’improvviso, vidi una porta bianca aprirsi e da quella porta vidi uscire proprio lui, il campione. Ci venne incontro e mentre una folla di giornalisti si affrettò a circondarlo lui mi guardò e mi prese per mano e, mano nella mano, mi portò assieme a lui verso l’uscita mentre rispondeva ai giornalisti che lo tempestavano di domande. Non ci dicemmo neanche ciao, quel pomeriggio. Ma lui mi guardò con un’aria gentile. L’aria di chi sapeva, in cuor suo, cosa significava per un bambino tenere stretta la mano di Maradona. Tra chi, in queste ore di tristezza nostalgia e sgomento, può vantare una foto, un aneddoto, un racconto che parli di Maradona io posso ricordare questa testimonianza: l’ho conosciuto, Diego Armando Maradona. E gli ho tenuto stretta la mano per qualche minuto nel quale mi sono sentito grande. Ma tra noi chi veramente era grande era lui. Io ero soltanto un bambino che guardava incredulo il suo idolo che gli teneva stretta la mano.

Maradona aveva una particolare attenzione per i bambini di Napoli. Lui, che da bambino aveva sofferto la fame e la sofferenza dei bambini come lui di Villa Fiorito, sapeva bene cosa significasse essere figli di una città del Sud del mondo come Napoli. “Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli – ricordava Diego a chi gli chiedeva come mai parlasse sempre dei bambini e dei ragazzi e del loro amore per lui – perché loro sono come ero io a Buenos Aires”.
E lui a Buenos Aires era povero come tutti i suoi coetanei nati in quei sobborghi sperduti ai margini della metropoli argentina. Ma era ricco di tanto amore dentro. L’amore che soltanto in povertà può nascere nella solidarietà e nello spirito di rivalsa e di rivincita.
E le rivincite dalla vita Diego se l’è prese e come. Come quando riscattò il popolo argentino per le Malvinas, sconfiggendo a Mexico ’86 l’Inghilterra con quel gol di mano che passò alla storia e con il “Gol del secolo” che rimarrà per sempre nella storia, a mio avviso, come il gol più bello di Diego Armando Maradona.
Ma la rivincita più grande l’ha fatta prendere a noi napoletani. Perché un popolo privo di un condottiero ha trovato in un campione del calcio non solo il suo idolo sportivo, ma anche colui grazie al quale Napoli e i napoletani si sono tolti tanti schiaffi da faccia. Perché andare a vincere a Verona, a Milano con l’Inter e col Milan, a Torino con la Juve e in ogni stadio d’Italia dove si veniva sempre accolti come “africani, terroni e terremotati”, vedere il proprio idolo segnare nelle loro porte ed esultare con la maglia azzurra sotto quelle stesse curve che mostravano striscioni come “Benvenuti in Italia” o “Vesuvio bruciali tutti” è stata per tutti noi una rivincita morale che ancora oggi, a distanza di tanti anni, non ha prezzo.
Niente è in eterno, però. E nessuno è eterno. E lo sapeva bene Diego quando, poco tempo prima di lasciare per sempre il Napoli e la maglia azzurra numero 10 che lo ha reso immortale, rispose così al grande Gianni Minà in una delle sue ultime interviste nella casa di Posillipo dove alloggiava.
Ma il ricordo degli anni di Maradona resterà indelebile in eterno per noi napoletani. Le emozioni indescrivibili che ci ha fatto vivere sono qualcosa che ciascuno di noi conserverà dentro per sempre. Come l’eccitazione che si provava fin dalla sera prima della partita, quando fervevano i preparativi per la domenica calcistica alle porte. O quando dalla mattina presto del giorno della partita ci si metteva in fila a centinaia, ore e ore prima dell’inizio del match, per trovarsi lì pronti all’apertura dei cancelli delle curve. O come quando, sotto la pioggia battente o sotto un sole cocente, ci si iniziava a riscaldare con qualche coro, sempre più forte e sempre più assordante, fino all’ingresso delle squadre in campo che noi tifosi salutavamo con l’accensione di fumogeni e la calata dello striscione che ricopriva ogni testa presente su tutta la curva.
E come dimenticare l’emozione di un gol, che travolgeva tutto e tutti facendoti ritrovare qualche gradinata più giù abbracciato a uno sconosciuto che in quel momento era per te come un fratello. “Vulimm ò gol e Maradò“, gridava la curva. E quando Maradona segnava lo stadio letteralmente se ne cadeva.

Erano sempre lacrime di gioia e di commozione, come quando vincemmo il primo scudetto. Ma anche lacrime di cocente delusione e sconforto, come quando perdemmo lo scudetto al San Paolo contro il Milan, eterno rivale di quei fantastici anni. O quando nella fantastica notte di Stoccarda facemmo la storia vincendo la Coppa Uefa e Maradona prese per mano il Napoli e regalò un trionfo alle decine di migliaia di partenopei che inondarono le strade della cittadina tedesca e affollarono le gradinate del Neckarstadion e alle centinaia di migliaia che seguirono la telecronaca da casa. Come non emozionarsi sulle “note musicali” della voce emozionata di Bruno Pizzul che, da friulano, raccontava la partita e le imprese degli undici leoni del Napoli in campo che stordivano a suon di gol la squadra teutonica di Jurgen Klinsmann come se fosse un tifoso napoletano da sempre?

“Io ho due sogni – diceva quel bambino a Villa Fiorito che era già un fenomeno a 11 anni –  il primo è giocare ai mondiali, il secondo è vincerli”. E li ha realizzati entrambi. Ma Diego non ha realizzato soltanto i suoi di sogni. Diego ha contribuito a realizzare i sogni di una generazione di napoletani che grazie a lui si è innamorata del calcio. E si è innamorata di un’idea di calcio che ormai non c’è più.

Siamo cresciuti con te, caro Diego. E siamo cresciuti con quelle canzoni, quei cori, quelle emozioni che Nino D’Angelo ha descritto bene in quella poesia tradotta in note che descriveva, con musica e parole, cosa sei stato veramente tu per noi, grande campione: “E’ na casa chistu stadio parimme ‘na famiglia sultanto dint’e’cca, viecchie e giuvane cercano dint”a nu pallone nu poco ‘e pace nu’ juorno nuovo ca se chiamma libertà“.

Una storia ha sempre una fine. Ed anche quelle più belle come questa di Maradona e dei suoi tifosi napoletani è finita. L’ultima triste notizia, caro Diego, quella che non avremmo mai voluto sentire è arrivata ieri pomeriggio dall’Argentina. Diego è morto, il suo cuore si è fermato, ha smesso di battere. Per sempre.

Ma il tuo cuore, caro Diego, non cesserà mai di battere nel petto di noi bambini napoletani che siamo diventati grandi con te.
Maradona, Napoli ti ama – ha detto ieri l’ingegnere Corrado Ferlaino, con la voce rotta dall’emozione – sei il ricordo più bello degli ultimi anni“.
Diego, alla fine hai vinto tu. Perché non hai vinto soltanto sul campo, ma anche fuori dal campo, con la tua grande umanità e, al tempo stesso, con la tua enorme debolezza, come ha detto Roberto Falcão ricordando che eri “Dio col pallone e uomo senza“. E tu questo tuo lato umano e debole non l’hai mai nascosto. Perché, come noi napoletani, non “tieni niente da che vedere” col mondo intero.
Oltre alla mia vita stessa e alla mia famiglia, io ho avuto due doni: il primo è stato nascere a Napoli, il secondo è che “Ho visto Maradona“.
Ciao Diego. GRAZIE di tutto, Maradona!
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