Chi inquina paga, ma chi paga può inquinare? Sembra un interrogativo talmente assurdo da apparire ridicolo e surreale, invece è un’affermazione tanto veritiera quanto seriamente riscontrabile, non tanto lontano dal luogo comune secondo cui paghiamo anche l’aria che respiriamo.
Tra le numerosissime battaglie ecologiste, ambientaliste, gli scioperi per l’ecosistema e quelli in difesa del futuro, da nessun corteo si è mai levata la voce circa un’annosa questione che pure è una tremenda realtà: l’(UE)ETS, acronimo di Emissions Treding Scheme ovvero il sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra. La risposta europea all’emissione di gas serra nell’ambiente, idea nobile in potenza, ma che ha funzionato solo in parte in atto. Per questo è stata riformata, finendo nel più classico e pericolosissimamente diffuso “mercimonio”.
L’idea iniziale che risale al 2005, addirittura semplice se non banale, era quella di fissare una soglia massima di immissioni di sostanze inquinanti nell’ambiente, quali ossido di azoto (N20), perfluorocarburi (PFC) e carboni (CO2).
Quelle aziende che scaricano tali agenti inquinanti nell’aria hanno diritto di ottenere (dietro remunerazione) i “carbon credit”, ossia delle quote di immissione da un’apposita commissione che, però, non è padrona dell’aria né dell’ambiente. Insomma, aziende e industrie che inquinano, liberando nell’aria più di una tonnellata – questa la soglia massima consentita – di anidride carbonica (che di per sé non inquina) possono comprarsi il loro “diritto ad inquinare”.
Le quote possono essere acquistate secondo tre metodologie ben specificate: da altre aziende che ne hanno di non consumate, attraverso mediatori finanziari o tramite specifiche Borse.  Ogni Paese dell’unione, infine, presenta il proprio piano di allocazione alla Commissione che provvede ad autorizzarlo vigilando affinché le soglie consentite non vengano superate.
Se tale idea – raggiunta con la firma del protocollo di Kyoto nel 1997 per vedere il via 8 anni dopo – non era la panacea, sicuramente rappresentava un passo avanti, un male necessario per limitare lo sprigionamento di sostanze inquinanti. Di contro ogni azienda, pur di non acquistare quote per il diritto ad inquinare – che, per la legge della domanda e dell’offerta, avrebbe dovuto essere cara – si sarebbe prodigata ad investire in mezzi e tecnologie “free”, che avrebbero avuto meno impatto sull’ambiente o, intento nobilissimo, la riconversione addirittura delle intere produzioni.
Da parte della Commissione, però, non vi è stata un’attenta vigilanza, in primis verso il mantenimento del prezzo (che avrebbe dovuto essere alto) delle quote e, complice la crisi finanziaria globale del 2008 che ha visto un numero spropositato di aziende chiudere i battenti, si è assistito ad una svendita dei cosiddetti “carbon credit” facendo così precipitare notevolmente il prezzo arrivato a toccare anche quota 3 euro, a dispetto delle 40 che si era prefissato a Kyoto.
Dunque, ad un imprenditore costa meno inquinare che “produrre pulito”. E se pagare avrebbe dovuto scoraggiare dall’inquinare, pagando (sempre meno rispetto al costo di una produzione “sensibile”) ci si compra il diritto ad inquinare.
Sebbene all’inizio dello scorso anno la Commissione ha rivisto tale protocollo con l’intento di contenere le emissioni riducendole di poco più di due punti percentuale ogni anno, l’effetto rarità di contenere i prezzi anche in caso di ulteriore crisi (e qui una riflessione sarebbe obbligata e più che preoccupante) è ben lontano: lo vediamo con lo spegnimento dell’altoforno 2 dell’ILVA di Taranto (che non vuol dire altro se non chiusura) e Arcelor Mittal, che è proprietaria dell’acciaieria pugliese, è proprietaria anche delle quote di emissione che non servono più ad un opificio chiuso quindi possono essere rivendute. Come già accaduto proprio ad Arcelor Mittal (anche) in Belgio.