Conte annuncia le dimissioni in Aula: il Governo si ferma qui

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“La crisi in atto compromette inevitabilmente l’azione di governo che qui si arresta”. Giuseppe Conte, dopo poco piu’ di mezz’ora dall’avvio delle comunicazioni in Aula al Senato, pronuncia la parola fine e mette una pietra tombale sull’esecutivo gialloverde da lui guidato per circa 15 mesi. “Interrompo qui questa esperienza di governo”, scandisce il presidente del Consiglio in Aula. “Intendo completare questo passaggio istituzionale in modo coerente: andro’ dal presidente della Repubblica per rassegnare le mie dimissioni”. Del resto, ricorda il premier, “ho sempre limpidamente sostenuto che, in caso di interruzione anticipata dell’azione di Governo, sarei tornato qui, nella sede istituzionale dove inizialmente ho raccolto la fiducia. Questa iniziativa, tengo a precisarlo, non cela il vezzo di un giurista – sottolinea – ne’ e’ dettata da un moto di orgoglio personale. Nasce dalla profonda convinzione che il confronto in quest’Aula, franco, trasparente, sia lo strumento piu’ efficace per garantire il buon funzionamento di una democrazia parlamentare. Non si tratta, evidentemente, di rendere omaggio a mere regole di forma, bensi’ di rispettare regole che implicano sostanza politica, poste a presidio della piena tutela dei diritti di tutti i cittadini”. Conte salira’ al Colle solo dopo il dibattito in Aula, tre ore e quarantacinque minuti concessi. Dopodiche’, fara’ le sue repliche e, quindi, lascera’ il Senato senza un voto sulle risoluzioni – nessuno al momento le ha presentate – per rimettere il mandato nelle mani di Sergio Mattarella. Da li’ in poi il governo Conte non esistera’ piu’, se non per il disbrigo degli affari correnti, sempre che lo stesso premier non dica al Capo dello Stato che preferirebbe lasciare palazzo Chigi da subito. A seguire, secondo prassi, Conte dovra’ recarsi alla Camera e al Senato. E probabilmente gia’ da domani potrebbero iniziare le consultazioni di Mattarella.

Passaggi formali e istituzionali a parte, e’ l’Aula del Senato a conquistare la scena politica dell’ultimo atto dell’esecutivo M5s-Lega. Conte interviene per piu’ di un’ora e non fa sconti a Matteo Salvini, con il quale scambia una stretta di mano all’avvio di seduta, poi tra i due piomba il gelo. I due vicepremier Salvini e Di Maio siedono l’uno alla destra e l’altro alla sinistra del presidente del Consiglio, ma nemmeno uno sguardo. Durissime le parole del premier nei confronti del titolare del Viminale. Che ricambia quando viene il suo turno, subito dopo Conte. Ma Salvini sceglie i banchi dei senatori leghisti per fornire la sua versione dei fatti. Terminato lo scontro premier-vicepremier, sta alle altre forze delineare il percorso: Matteo Renzi ribadisce la necessita’ di un governo anti aumento Iva. Ma lui non ne fara’ parte. Linea che torna a suscitare dubbi e sospetti sulle prossime mosse. Ovvero, che voglia poi diventare l’ago della bilancia del possibile futuro nuovo governo, che se nascera’ lo fara’ solo se i 5 stelle metteranno sul tavolo i loro voti. Pentastellati che non chiudono la porta, ma sentenziano: mai con Renzi e Boschi. Chi e’ pronto a dar vita a un esecutivo di largo respiro e’ Leu. Pietro Grasso si dice pronto a votarne la fiducia. Invocano le urne, oltre a Salvini – che pero’ rinnova anche l’appello ai pentastellati di votare il taglio dei parlamentari, magari fare una manovra coraggiosa e poi tornare alle elezioni – Forza Italia e FdI. Ma tra gli azzurri cresce la tentazione di non mettersi di traverso alla nascita di un nuovo e diverso esecutivo. A delineare quanto sta accadendo sotto traccia e’ Ignazio La Russa: “Vedo che sta crescendo il partito del terrore delle elezioni”. Intanto, torna a farsi largo anche l’ipotesi di un governo elettorale, ovvero che si limiti ad accompagnare il paese alle urne, nulla di piu’. Cosi’ come non vengono accantonate le ipotesi di un Conte bis. Ma un attimo dopo che il premier avra’ varcato la soglia del Quirinale, la ‘partita’ si sposta al Colle e, in contemporanea, tra le stanze dei palazzi, dove si tenteranno accordi e intese per evitare le urne gia’ a ottobre.