Brexit, primi guai per Johnson: perde la maggioranza in Parlamento

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«Bell’inizio, Boris», ha tuonato qualcuno quando lo speaker della Camera John Bercow, nella tarda serata di ieri, ha annunciato la sconfitta del governo con 328 voti contro 301 al primissimo appuntamento con il Parlamento. Parlamento che oggi, grazie al voto di ieri, discuterà e voterà un testo per impedire al governo di andare al no deal il 31 ottobre prossimo, data fissata per la Brexit, imponendogli di chiedere un rinvio di tre mesi, fino al 31 gennaio, qualora non ci fosse un accordo con Bruxelles entro il 19 del mese prossimo. Johnson ha annunciato l’espulsione dei deputati ribelli.

Il premier ha subito reagito dicendo di non volere elezioni, ma che qualora oggi la misura fosse approvata sarebbe costretto a presentare una mozione per un voto anticipato già a ottobre, il 14 probabilmente. E ha accusato i suoi oppositori di voler portare «più dubbi, più ritardi e più confusione» in un negoziato con Bruxelles da cui continua ad aspettarsi risultati positivi. Ma per molti deputati non è solo la questione del no deal ad essere in ballo, ma anche un principio di autorità del Parlamento che il governo, con la decisione di sospenderlo per cinque invece delle tre settimane di prammatica e proprio ora che si avvicina la Brexit, sta offendendo. Nella drammatica giornata di ieri, il premier britannico ha perso la sua maggioranza dopo che un Tory, Phillip Lee, ha deciso di passare ai LibDem per protesta contro le spericolate mosse dell’inquilino di Downing Street.

«La fede conservatrice di una persona ormai si misura in base a quanta voglia abbia di lasciare l’Unione europea in maniera scriteriata», ha scritto Lee nella sua lettera di dimissioni, suggerendo che altri colleghi di partito potrebbero seguire la sua strada in questi giorni di frenesia parlamentare per cercare di fare il massimo con il poco tempo a disposizione. Ma Johnson non starebbe facendo niente per trattenere i ribelli, anzi, la sua strategia è tutta rivolta a liberarsi di quelli che considera pesi morti in vista di una chiamata alle urne per la quale sente di avere il vento in poppa. Perché alla fine il Regno Unito, in un momento in cui la scelta è fondamentalmente ridotta a due sole opzioni, ossia il rischio di no deal con Johnson o un governo socialista con il legnoso laburista Jeremy Corbyn, potrebbe preferire la prima, nonostante gli allarmi sui rischi che questo scenario comporterebbe. In questa cornice, Johnson, consigliato dal falco Dominic Cummings, la mente dietro la campagna del leave nel 2016, ha motivo per procedere spedito sebbene le spaccature all’interno del suo partito siano ormai insostenibili.