Chissà perché ogni volta che si parla di inquinamento o di guerre andiamo a scovare gli angoli più remoti della Terra, ma non guardiamo mai sopra le nostre teste. Proprio nei nostri cieli si consuma una doppia battaglia: la guerra climatica e l’inquinamento militare.
Ci sarà capitato di sentir parlare di scie chimiche, tra il serio ed il faceto, con il sorriso inevitabilmente susseguente di chi nega e di chi crede siano teorie farlocche lontane da noi anni luce.
Eppure il cielo azzurro, velato da striscioline più o meno larghe fino a diventare vere e proprie bande, è sotto i nostri occhi, proprio sopra le nostre teste, visibile a tutti. C’è chi dice siano scarti di combustibile aereo, chi sostiene siano meri bombardamenti di sostanze chimiche. Da quale parte sia la verità, non la ragione, non è possibile ancora stabilirlo visto che al proposito non esistono studi ufficiali. In compenso, però, esiste un fronte oscurantista. Che, se non ha studi in possesso, sposa convintamente la teoria del “non esiste”.
In questo clima negazionista, oscurantista e fantasioso una voce autorevole, prima che fuori dal coro, arriva dal generale in ausiliaria dell’Esercito Fabio Mini, laureato in Scienze Strategiche e Scienze Umanistiche, già portavoce dello Stato Maggiore dell’Esercito e poi dello Stato Maggiore della Difesa, che attraverso la sua lunga esperienza di comando acquisita in Italia e all’estero e divulgata per mezzo di dibattiti, conferenze e libri, sta tentando di darci informazioni preziosissime per la salvaguardia del nostro pianeta.
Non è un caso che l’allarme arrivi da un militare (che non è mai in servizio passivo anche se a riposo) in pensione, sempre più unico momento della carriera in cui gli uomini con le stellette trovano il “tempo” di diffondere certe notizie.
“Comandare il clima” è un vezzo tipicamente militare per poter disporre dell’ambiente a seconda delle proprie esigenze e ciò può avvenire quando e come si vuole: anche se il gen. Mini non crede ad una “teoria di cospirazione”, tuttavia ammette che i governi – di Paesi come la Cina – sono in possesso di dispositivi in grado di determinare i cambiamenti climatici. Proprio i “rainmekers” con gli occhi a mandorla non fanno certo mistero di servirsi di “bombardamenti” di nubi con ioduro d’argento per aumentare (e diminuire?) l’intensità delle precipitazioni.
Più netta (e ugualmente cauta) la posizione dello scienziato del Cnr Antonio Raschi che, se da un lato ha chiaramente affermato nella trasmissione “Porta a Porta” che è in atto un esperimento planetario riguardo alla modificazione del clima, dall’altro riferisce di essere all’oscuro di un dossier dello stesso Cnr riguardo “l’aviodispersione” di sostanze chimiche condotta per favorire le piogge nell’Italia centrale cui seguì l’alluvione dell’Arno, le cui conseguenze disastrose sono tristemente note.
Attraverso le alluvioni, le inondazioni, gli tsunami, le siccità si può decidere influenzandolo il destino di una popolazione, di una Terra, conducendo di fatto una vera e propria guerra climatica. Ed è già in atto questa guerra le cui armi non sono più missili e fucili ed il territorio interessato (magari per la ricchezza delle materie prime) si conquista non più con il combattimento “ad uomo”, corpo a corpo, ma proprio costringendo la moltitudine a spostarsi, ad emigrare, ad invadere. Questione di sopravvivenza.
Dunque nuove armi militari impiegate per combattere una nuova tipologia di guerra. E proprio ai “colleghi” militari, ai meteorologi dell’Aeronautica in primis, il generale Mini rivolge l’accorato appello affinché pretendano risposte precise ed inequivocabili.
Parlare! Parlare delle scie chimiche chiede Mini: se il servizio meteo militare, i controllori del traffico aereo, le varie associazioni ambientaliste, i ministri e politici tutti di ogni colore sono unanimemente concordi nel non parlare delle scie chimiche, nel dire che tutto va bene e che non esistono, allora bisogna parlarne. Non ultima la stampa, Tv e giornali, arma anch’essa, sempre più informata a non informare.
Mini, che ha la preziosa capacità di spiegare a tutti e in parole povere concetti difficili e solo per i pochi “addetti al mestiere” senza tuttavia semplificarli, ricorda senza troppi giri di parole che proprio in Kosovo, dove egli ha comandato le Forze di pace, la manipolazione climatica, la “manomissione” delle nuvole è stato elemento peculiare della missione: attraverso l’utilizzo di sostanze chimiche quali polimeri, sodio e altri elementi si è proceduto a creare delle nuvole, quindi a disporre della pioggia e del quantitativo d’acqua da far cadere, decidere quando e come.
Con l’acqua precipitano anche le sostanze chimiche che sono disseminate in grandi quantità sotto i nostri nasi. Basti pensare all’uranio impoverito nei Balcani e alle conseguenze sui militari. Anche italiani.
E proprio dell’Italia, i cui cieli non sono immuni dall’ospitare queste scie e dove sono sempre più rare le possibilità di osservare le stelle in qualsiasi stagione, sarebbe interessante conoscere chi sostiene i costi per questi voli oppure se si incassano solamente i proventi e da parte di chi.
Dopotutto questi non potrebbero che essere i primi risultati (e le conseguenze) di un progetto che gli USA (i primi a partire per ogni fronte caldo) dal 1999 finanziano, conosciuto con il nome di “Owning the Weather in 2025” e che si pone come obiettivo proprio quello di avere il pieno controllo del clima, del tempo meteorologico in un determinato luogo e in un determinato spazio temporale. Entro il 2025. È ragionevole pensare, quindi, che nel 2019 bisogna pur dare dei risultati a chi ha investito in tale progetto. Aeronautica militare americana per prima. Mini è attivissimo su questo fronte ed esorta tutti affinché ci si interroghi, si chieda, si indaghi: le scie chimiche sono una realtà visibile e tangibile e se gli esperti spiegano, o meglio negano, tutto con grossolana superficialità allora da questo bisogna trarre la forza per non fermarsi e capire. Anche il negazionismo è una precisa tecnica militare rispondente al nome di denial of service ovvero negare non la verità, l’esistenza o la possibilità, ma negare la notizia stessa.
L’Italia (per fortuna verrebbe da dire) è un Paese in cui i “segreti di stato” hanno la stessa durata delle bugie, prima o poi qualcuno parlerà. Sta a noi, questa la carica suonata dal Bersagliere, trovare qualche spiraglio tra i tecnici, aprire qualche breccia nei ricercatori, contare su qualche militare, magari proprio come il generale Fabio Mini, onesto umanamente prima che intellettualmente, affinché possa cadere questo vergognoso e pericolosissimo muro di omertà.