LA VERITÀ VIENE FUORI SEMPRE DAI NUMERI

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del Direttore Luigi Mercogliano
L’Italia è nuovamente in piena crisi Covid e il Governo, in totale imbambolamento (c’era da aspettarselo il ritono del Covid dopo l’estate “allegra” degli italiani in Italia e all’estero e le feste a go go post lockdown), ha dato libertà ai governatori e ai sindaci di gestire in autonomia le restrizioni da imporre ai propri territori.
E cosa avrebbe potuto fare Vincenzo de Luca se non “chiudere tutto” dopo che un mese e qualche giorno fa i campani lo hanno premiato per la gestione rigorosa della prima fase dell’emergenza epidemiologica incoronandolo nuovamente Governatore col 70% dei suffragi? E di cosa si lamentano i miei concittadini napoletani in particolare che di quel 70% sono artefici principali avendo consegnato a De Luca e alla sua coalizione il 66,58% riportando sullo scranno più altro di Palazzo Santa Lucia con ben 227.774 voti?
Certo, va notato che, sempre i numeri, ci dicono un’altra verità e cioè che dei 779.947 napoletani potenziali aventi diritto al voto, nella città capoluogo di regione sono andati al voto meno della metà (359.526, il 46,10%) e che c’è un 54% ci elettori napoletani che sistematicamente diserta le urne ormai da tempo. Ma su questo dato torneremo tra breve. Adesso concentriamoci sui numeri della pandemia e su quelli della gestione De Luca di questa emergenza.
Dunque, la pandemia.
Siamo arrivati ad una situazione che rasenta “la tragedia”, come tuonava ieri il Governatore della Campania. I positivi di ieri, infatti, erano 2280 e, cosa più allarmante, su 227 posti di terapia intensiva in tutta la regione, ben 98 erano occupati, facendo di riflesso emergere una capacità ricettiva del 50% del totale su tutta la regione che, per inciso, ha una popolazione di 5.772.620. Ora anche un bambino capirebbe che se dividiamo i 129 posti di TI (dato di ieri) per i cittadini campani viene fuori un dato allarmante che ci dice che c’è un solo posto di terapia intensiva ogni 50 mila abitanti circa!
In una situazione del genere, di grazia, mi dite cosa avrebbe dovuto fare Vincenzo de Luca se non provate a chiudere tutto come ha fatto?
Andiamo avanti e proviamo, sempre con l’ausilio dei numeri, a far emergere adesso le responsabilità del Governatore della Campania. Già, le responsabilità.
I numeri ci dicono, infatti, che dall’inizio della pandemia la Campania a guida De Luca è stata la regione che ha speso di più e peggio per l’emergenza sanitaria, seconda soltanto a Lombardia e Toscana ma d’avanti al Veneto di Luca Zaia.
L’Anac ci riferisce infatti che la Regione Campania ha speso 204 milioni di euro.
Di questi, quasi 60 sono stati speso per mascherine e quasi 4 milioni per tamponi (fino a luglio).
Ma il dato sconcertante che emerge sono i quasi 12 milioni (fonte Anac luglio 2020) spesi per l’ospedale del Mare, per quello di Caserta e per quello di Salerno.
Ora, tralasciando le polemiche e le indagini in corso della Procura sull’appalto Soresa, i numeri citati, se da un lato giustificano il “chiudiamo tutto” di ieri per evitare di vedere i “camion pieni di bare”, dall’altro mettono nell’angolo la Giunta De Luca e il Governatore in primis che è chiamato a rispondere all’unica domanda lecita che gli dev’essere rivolta in questa fase: Governatore De Luca, con tutti questi soldi spesi, come mai la Campania ha soltanto 227 posti di terapia intensiva in tutta lan regione e come mai oggi (dato del 23 ottobre) ci sono soltanto 129 posti liberi che divisi per la popolazione campana corrispondono soltanto a 1 posti di TI per quasi 50 mila abitanti?
Ai posteriori l’ardua sentenza? Eh no, non può essere questa la risposta!
Perché, se soltanto un mese fa quasi il 70% dei campani e tra questi il 67% dei napoletani hanno detto con le urne che De Luca sarebbe dovuto ritornare a sedere per i prossimi cinque anni sulla poltrona di Presidente della Giunta regionale della Campania la risposta è, in parte, già stata data.
Ed allora?
Ed allora torniamo ai numeri. E parliamo di quel 54% o quasi di napoletani e di campani che continuano ad astenersi da diverse tornate elettorali ormai sistematicamente.
Le proteste di ieri a Napoli vanno lette numeri alla mano. Questi, i numeri, ci consegnano sempre la verità. E la verità è che c’è una grossa fetta di popolazione che non solo non crede più nella politica ma, cosa ancor più tragica, se ne infischia e va avanti da sola per la strada.
Ieri sera a Napoli hanno sfilato per le piazze tantissimi cittadini per bene che, incazzati, avrebbero voluto civilmente manifestare il proprio disagio di commercianti, esercenti, titolari di attività ristorative e dell’asporto per il nuovo lockdown. Ma, ad un certo punto, una parte consistente di quel 54% che non vota più o non ha mai votato è scesa in piazza con mazze e bastoni e a volto coperto per destabilizzare una manifestazione che era stata annunciata con toni duri ma non belligeranti.
E allora, cosa fare? Come reagire a questo stato di cose? Cosa può fare la politica contro i violenti, se non usare il pugno duro?
Certo, occorre usare il pugno duro contro chi picchia i servitori dello Stato come i Carabinieri rimasti indietro durante un ripiegamento dopo una prima carica, come abbiamo visto dalle immagini che stanno facendo il giro del web in queste ore. Bisogna reprimere chi picchia un giornalista e il suo cameraman venuti a svolgere un servizio utile al paese e alla collettività come quello di documentare ciò che accadeva per strada a Santa Lucia ieri sera a Napoli.
Ma bisogna anche capire che la risposta non può essere soltanto la repressione.
Occorre innanzitutto capire che di quel 54% di cittadinanza che si astiene, i facinorosi, spinti dalla camorra e dal malaffare che hanno interesse a destabilizzare (col lockdown infatti ci sono le piazze di spaccio chiuse e questo per loro non va bene), sono una sparuta minoranza.
Va invece attenzioni il messaggio di rifiuto indirizzato alla politica di tutti quelli – e sono la maggioranza silenziosa – che di quel 54%rappresentano la parte pulita che non crede più alla politica e che per questo si astiene. L’astensione è una condanna all’operato. È la scure che viene fatta cadere impietosa e implacabile sull’operato della politica.
E che ci dice, inequivocabile, che la politica è un’altra cosa.
Cosa sarebbe accaduto se quella parte buona che è maggioranza di quel 54% che da anni non va votare fosse andata a votare per le regionali campane di settembre?
E cosa accadrebbe se andasse a votare a giugno prossimo per il Comune di Napoli?
Sarebbe accaduto, probabilmente, anzi, quasi sicuramente che l’uomo solo al comando non avrebbe preso l’ennesima decisione in solitario senza consultare prima categorie, corpi intermedi e operatori della sicurezza. E, probabilmente, anzi, sicuramente non sarebbe accaduto quello che è accaduto ieri con l’approssimazione da parte della camorra di una manifestazione legittima e pacifica indetta sui social col tam tam e il passaparola da parte di commercianti esasperati.
Già, perché i numeri, dai quali viene fuori sempre la verità ci dicono soprattutto questo e cioè che al 4 giugno l’INPS ha pagato con grave ritardo i beneficiari potenziali complessivi di Cassa integrazione Covid-19 nelle diverse tipologie contemplate (8.410.149 di beneficiari potenziali – fonte INPS https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=53779).
Cosa ci dicono, quindi, in ultima istanza i numeri?
Ci dicono che la politica non ascolta, non pianifica bene, non gestisce ottimizzando al meglio le risorse e soprattutto non concerta.
Già, la concertazione.
Se si fosse “concertato” prima di proclamare il “chiudiamo tutto” a web unificato forse non sarebbe accaduto nulla di quello che è successo.
E i numeri di dicono, in conclusione, anche un’ultima verità: che per cambiare le cose occorre intercettaee e parlar chiaro alla maggioranza di quel 54% di napoletani e campani che non credono più nella politica e per questo non vanno più a votare. A cominciare dal prossimo appuntamento delle comunali di giugno del 2021.
Ma per fare questo occorrono persone che sappiano farlo.