Cosa ci dicono le elezioni in Emilia e Calabria e cosa insegnano ai partiti in vista delle Regionali di primavera

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Come possiamo interpretare il dato che è emerso domenica scorsa dal voto per le regionali in Emilia Romagna e Calabria?
Gli argomenti rilevanti sono cinque: Salvini e il suo modo di fare politica; il valore aggiunto dei singoli candidati nelle elezioni territoriali; il declino dei Cinque stelle e soprattutto chi riuscirà a intercettarne i voti in libera uscita; il voto giovanile e la spinta dal basso del civismo politico, che in queste elezioni è stato rappresentato con forza dirompente dal movimento delle Sardine; il ruolo dei partiti, sia a livello nazionale che, soprattutto nel caso di queste elezioni, a livello regionale.Partiamo dal leader della Lega Matteo Salvini.
È fuori discussione che negli ultimi venti mesi sia stato il personaggio politico più discusso in Italia. La sua cavalcata impressionante su e giù per lo stivale, iniziata ancor prima della vittoria alle Politiche del 2018 che ha consentito alla Lega di diventare il primo partito del centrodestra e nei mesi successivi di schizzare nei sondaggi al 34% per poi assestarsi stabilmente sempre sopra il 30, gli è valsa sicuramente la palma d’oro di politico italiano più dinamico.
Ma dall’estate scorsa, quando incomprensibilmente fece saltare il banco del Governo giallo verde e si ritrovò poi beffato dalla mossa a sorpresa di Renzi che, nei fatti, salvò Conte e i Cinque stelle consentendo la nascita del Governo giallo rosso, la sua azione ha iniziato a far trapelare alcune contraddizioni e alcune crepe.
Nonostante tutto, però, Salvini ha continuato la sua marcia mantenendo la Lega ben oltre il 30% e facendo crescere nel complesso il centrodestra ovunque.

In questo quadro emerge ora la sconfitta, peraltro anche abbastanza netta, in Emilia.
Ed è qui che è rilevante il secondo punto e cioè il ruolo giocato dai candidati e il valore aggiunto che questi hanno saputo o meno portare all’interno delle singole competizioni.
Se è vero, infatti, che Salvini ha accentrato sulla sua persona la battaglia in Emilia Romagna oscurando di fatto la sua candidata Lucia Borgonzoni, nel campo avverso il presidente uscente Stefano Bonaccini ha giocato la sua partita in prima persona senza farsi nemmeno accompagnare dai leader del centrosinistra, a cominciare da quello del suo partito Zingaretti.
La domanda, allora, da porsi è se non sia stata premiata la scelta del candidato del centrosinistra, risultato poi vincente, di non sottrarsi allo scontro e di portare come valore aggiunto il suo lavoro di cinque anni che evidentemente è stato considerato vincente dai cittadini dell’Emilia Romagna.
Lo schema “Salvini contro tutti” non va più bene e di questo non può non essere consapevole lo stesso Salvini.
E qui introduciamo un altro argomento e cioè il ruolo che hanno avuto i partiti in questa ultima tornata elettorale, perché è abbastanza evidente dai numeri che i partiti hanno avuto un ruolo marginale.
Qui la riflessione deve partire da un dato: l’Emilia Romagna è da sempre una regione cosiddetta ‘rossa’. Ciononostante se le sinistre, prima tra tutte il Pd, non avessero avuto un candidato credibile come Bonaccini che ha puntato sul buon governo distinguendosi e differenziandosi dai partiti e, soprattutto, se all’interno della sinistra non ci fosse stato l’elemento dirompente e mobilitante delle Sardine il risultato sarebbe stato differente.
E’ indubbio, infatti, che la spinta che le Sardine hanno impresso all’interno della sinistra e del Partito democratico (aprendo una riflessione su due tematiche centrali e cioè lo svecchiamento della classe dirigente e l’apertura alle esperienze civiche di qualità) sia stata determinante.
Così come è evidente che la scelta di Bonaccini di tenere fuori il partito e i partiti dalla competizione puntando tutto sulla sua esperienza di governo in Emilia Romagna e valorizzando le esperienze dei territori a sostegno della sua candidatura sia stata la scelta vincente.
Discorso diverso per la Calabria.
Qui ha prevalso un ragionamento politico che ha visto premiata la scelta della candidata di Forza Italia Jole Santelli, storica parlamentare azzurra fortemente radicata sul territorio, che ha vinto puntando tutto sul mal governo, in questo caso, della Giunta del Presidente uscente Oliviero non ricandidato dal Pd che gli ha preferito la candidatura di Pippo Callipo, ritenuta però una scelta di ripiego dai calabresi che l’hanno infatti bocciata nelle urne.
Sullo sfondo, il tracollo dei Cinque stelle.
Qui il ragionamento da fare è tutto rivolto al futuro ed ai prossimi appuntamenti regionali, a partire dalla Campania e dalla Puglia.
Dove vinceranno quelli che riusciranno ad individuare un candidato e una strategia comunicativa in grado di intercettare il voto in fuga dal Movimento fondato da Beppe Grillo e mobilitare l’astensionismo.Analizziamo allora la situazione in Puglia.
Qui lo scontro che si configura è tra il Presidente uscente Emiliano – che però non avrebbe governato bene, a dire di molti a cominciare dai renziani e da Azione di Calenda  – e Raffaele Fitto, esponente di Fratelli d’Italia, già presidente della Regione dal 2000 al 2005.
I sondaggi, che però rispecchiano un dato nazionale, parlano di un centrodestra intorno al 40%, contro un centrosinistra fermo al 23. Alle europee di maggio 2019 i Cinque stelle raggiunsero quota 26,29%. La partita si gioca tutta su questo dato: chi riuscirà ad intercettare i voti del grillini che andranno altrove?
Ad #Agorarai il sondaggista Fabrizio Masia ha spiegato bene il dato dei voti persi dai Cinque stelle in Emilia Romagna, sostenendo che il 25% di questi si sarebbero orientati verso il centrodestra, mentre ben il 38% avrebbero sostenuto Bonaccini riconoscendosi nel buon governo espresso dal presidente uscente nei cinque anni appena terminati.
La domanda a cui i partiti devono rispondere, alla luce di questi dati, è la seguente: possono Michele Emiliano e Raffaele Fitto, i due candidati in pectore che però già hanno governato la Puglia, essere considerati credibili da un elettorato ex pentastellato che chiede ai propri candidati di incarnare novità e capacità di interpretare le istanze che provengono dalla società civile che nessuno dei due ha dimostrato di saper intercettare?

Discorso simile, se non uguale (nel caso del centrodestra), per la Campania.
Qui i sondaggi più recenti e credibili dicono che c’è un vantaggio di quasi tre punti di Vincenzo De Luca, presidente uscente del centrosinistra, che sarebbe quasi al 40% su Stefano Caldoro (centrodestra) che si fermerebbe invece al 36. Mentre il dato dei Cinque stelle delle ultime europee 2019 attestava il Movimento al 33,9. Anche qui la domanda è la stessa: riusciranno De Luca e Caldoro ad intercettare il voto grillino in uscita?

Un’ultima riflessione da fare è il voto giovanile.

Sempre Fabrizio Masia dagli schermi di #Agorarai spiegava che tra gli elettori in uscita dal M5S quelli compresi nella fascia di età 35-44 hanno in prevalenza votato per la Borgonzoni, mentre quelli ricompresi nella fascia 18-34, raccogliendo soprattutto il messaggio delle Sardine, hanno preferito Bonaccini.
Come leggere questo dato per Campania e Puglia?
A differenza della Calabria – dove nel centrosinistra si proponeva una candidatura di ripiego, mentre nel centrodestra si offriva una candidata molto rappresentativa del territorio, poi premiata infatti dai calabresi – in Puglia e soprattutto in Campania sia nel centrosinistra che nel centrodestra le attuali classi dirigenti non sono state in grado di offrire candidature in grado di piacere ai giovani.
Ma c’è in più una differenza sostanziale che in queste due regioni avvantaggia il centrosinistra e cioè l’attivismo di base di sinistra che qui è più vivo e il fatto che le Sardine hanno sia in Puglia che in Campania un proprio radicamento territoriale che potrebbe, nonostante i due candidati Emiliano e De Luca non piacciano a quel mondo di riferimento, comunque avvantaggiarli.
In altre parole, l’eventuale candidatura di Fitto in Puglia e Caldoro in Campania potrebbe interessare meno gli elettori in fuga dal Cinque stelle in queste due regioni che potrebbero preferire a questi due candidati i presidenti uscenti – complice anche il fatto che entrambi, sia Fitto che Caldoro, hanno già governato la Puglia e la Campania ed entrambi sono stati sconfitti alla fine dei propri mandati. Ed a questo si aggiunge a peggiorare le cose la posizione della Lega che in entrambe le regioni in questione ha espresso perplessità sull’appoggio ai due candidati in pectore del centrodestra, soprattutto in relazione alla ricandidatura di Caldoro in Campania.Proviamo allora a tirare, in conclusione, le somme di tutto il ragionamento.
La vera domanda che, in realtà, tutti i partiti e tutti gli schieramenti dovrebbero porsi dopo il voto in Emilia Romagna e Calabria in vista delle regionali di primavera è questa: in assenza di una classe dirigente capace di esprimere candidature fortemente rappresentative del territorio (il caso di Jole Santelli per il centrodestra in Calabria), ed in presenza di candidati uscenti che non possono vantare un quinquennio di successi e buon governo per la maggiore riconosciuti dai concittadini della propria regione (il caso di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna), non è forse il momento per i partiti – come ci dicono i dati del voto, soprattutto tra i giovani – di puntare su candidature indipendenti che, sostenute anche dalle singole compagini politiche in un’ottica di coalizione, siano però veramente in grado di portare al governo delle regioni la società civile, ma anche e soprattutto che fungano da attrazione per le categorie professionali e produttive e per i ceti medi che negli ultimi anni, ed anche domenica scorsa, hanno rappresentato soprattutto al Sud i veri “vincitori” delle ultime tornate elettorali e cioè gli astenuti?
A questa domanda, almeno in Campania, sta provando a rispondere la società civile proponendo ai partiti il documento di Civicrazia, rete di oltre quattromila associazioni nazionali, che pone la questione di una candidatura indipendente e individua, quale espressione condivisa della società civile, il profilo del candidato ideale in quello dell’avvocato Giuseppe Fortunato, attuale Difensore Civico regionale, che ha conquistato vastissimi consensi popolari soprattutto nelle delicate vertenze come nel caso dei Navigator, che proprio col candidato del Pd e presidente della Regione De Luca si sono fortemente scontrati per la vicenda della loro stabilizzazione contrattuale.