Abbiamo ancora negli occhi le strazianti e commoventi immagini dei piccoli Alfie Evans Isaiah Haastrup e Charlie Gard e dei loro genitori che, coraggiosamente, non si sono arresi ed hanno lottato invano fino all’ultimo per cercare di salvare la vita ai loro figli.

Ma, nostro malgrado, siamo nuovamente costretti ad assistere all’ennesima battaglia per la vita che si combatte in Gran Bretagna.
Ad essere contesa tra la volontà ferrea dei propri genitori indomiti che lottano con grinta e caparbietà per mantenerla in vita e i mortiferi propositi dei medici del London Royal Hospital che invece la vorrebbero soppressa in nome di freddi ed insensibili protocolli sanitari stavolta è l’esistenza di Tafida Raqeed, una bambina inglese di cinque anni che da febbraio lotta tra la vita e la morte a causa di un aneurisma celebrale che l’ha costretta in stato di semi coscienza da quella maledetta mattina quando, da poco sveglia, svenne dopo aver accusato un forte mal di testa per poi essere rianimata dal fratello quattordicenne prima dell’intervento dei paramedici.

Da quel giorno è iniziato per la famiglia Raqeed – consulente quarantacinquenne lui, avvocato trentanovenne lei – un lungo calvario di sofferenza speranza e attesa percorso a suon di ricorsi legali e conflitti a tutto campo contro il pool di medici londinesi che ha in cura le sorti della loro bambina e che, in nome del ‘best interest’ della piccola, ne vorrebbero il distacco dalla ventilazione assistita che ne causerebbe l’immediato decesso. All’ultimo ricorso dei legali dei Raqeed, con il quale i familiari di Tafida chiedevano una ‘second option’ per la loro bambina ed il permesso di trasferirla in Italia presso il Gaslini di Genova – ospedale italiano che si è sempre dichiarato disponibile a ‘non staccare la spina’ e fornire tutta l’assistenza dovuta anche nei precedenti casi dei piccoli Alfie Isaiah e Charlie – il Giudice ha risposto prendendo tempo e rinviando a settembre la decisione sulla possibilità di concedere il trasferimento della piccola in Italia. In alternativa, il Giudice potrebbe accogliere il ricorso avverso promosso dai legali della struttura ospedaliera britannica che, al contrario, hanno richiesto alla Corte Suprema inglese la possibilità di staccare la spina.
Tutto lascia pensare che la vicenda possa concludersi al pari di quelle precedenti.
Ma cosa spinge una moderna democrazia come quella inglese ad essere così spietata nei confronti di una bambina e di una famiglia che chiede soltanto una speranza per la loro piccola?

Qual è, in definitiva, il terreno all’interno del quale si muove il ragionamento dei medici inglesi che, pittosto che curare, vogliono terminare una vita?
A queste domande non c’è che una sola risposta: il mero calcolo economico.

Perché è indubbiamente questo il punto centrale attorno al quale ruota tutto il ragionamento. I medici britannici sanno che il calcolo delle probabilità che Tafida si svegli è molto basso. Nel mentre, sale spropositatamente giorno dopo giorno il conto delle spese da sostenere per mantenere in vita la piccola. E questo dato per le moderne democrazie, orientate sempre più verso la razionalizzazione della spesa pubblica, il contenimento degli sprechi e soprattutto verso la dittatura del politicamente corretto che è sempre più influenzata dalla derive eutanasiche in nome di una presunta libertà della persona che in certi casi – come nel caso della difesa della vita umana – finisce sempre più col diventare una ghiotta opportunità economica per il bilancio pubblico, non è un dato di poco conto.

Eppure il sistema britannico, al pari di quello italiano, era considerato uno dei sistemi sanitari tra i più forti al mondo.

Il  National Health Service – questo è il nome del servizio sanitario nazionale di Sua Maestà – è stato istituito nel 1948 e fino alla riforma del 1989 che non ne ha modificato in sostanza lo spirito fondatore, è stato infatti sempre caratterizzato da una forte preponderanza del pubblico sul privato e si è fondato fin da subito sul principio della centralità del governo centrale che ne ha sempre mantenuto il controllo, sia della spesa che della gestione direzionale.

Con l’avvento degli anni ‘90, però, a cambiare anche e soprattutto nel pubblico in tutta Europa è stata la filosofia manageriale, sempre più orientata verso una graduale ma costante comparsa imprenditoriale privata nella macchina sanitaria pubblica.

Questo sistema è però andato presto in tilt, mostrando tutte le sue lacune quando la spesa pubblica non è stata più in grado di coprire la crescente richiesta di prestazione privata a carico del sistema sanitario nazionale. Da qui la corsa ai ripari, con politiche sempre più stringenti sulle prestazioni sanitarie e sulle nuove assunzioni di personale medico e paramedico. Quindi, arrivando ai giorni nostri, l’inversione di tendenza con una regressione sempre più evidente del privato nella gestione delle prestazioni del pubblico e la reinternalizzazione di servizi che finora erano stati demandati alla gestione privata a carico completamente pubblico. Questo percorso è stato però attuato, almeno in Italia, con una drastica riduzione delle prestazioni pubbliche ed un sostanziale peggioramento complessivo dei livelli assistenziali.

Di pari passo, in tutta Europa abbiamo assistito negli ultimi anni ad un fenomeno che ha accompagnato sempre più questo mutamento ddi pensiero nei sistemi sanitari e cioè all’accreditarsi del ragionamento sul “best interest” dell’ammalato in relazione alla possibilità che in alcuni casi ritenuti ‘terminali’ si è iniziato ad insinuare sempre più nella gestione del paziente il convincimento che il mantenimento in vita attraverso il ricorso a macchinari esterni non fosse più la scelta migliore nel suo interesse.

Ed anche in Inghilterra, dove peraltro è possibile praticare l’eutanasia soltanto nel caso di accordo tra parenti del malato e medici, sta sempre più facendo breccia nel sistema sanitario pubblico questo modo di pensare e le vicende di Alfie Isahia e Charlie e oggi della piccola Tafida ne sono la riprova.

Ma qual è il limite medico oltre il quale si è certi di poter affermare che l’essere umano giacente in uno stato neuro degenerativo è in una condizione di morte di fatto irreversibile? E qual è invece il punto massimo al quale si può pensare di arrivare per tutelare la vita umana?

Questa è la vera riflessione da fare: quanto e fin dove può essere l’uomo a decidere nell’uno e nell’altro verso?

Intanto, è scioccante la vicenda di Vincent Lambert, consumatasi poche settimane orsono sempre in Europa, stavolta nella laicissima Francia, che ha di fatto terminato contro la sua volontà e quella dei sui genitori la giovane esistenza di un ragazzo che, seppur paralizzato  e costretto in un letto d’ospedale a sopravvivere con l’ausilio di ventilatori polmonari e assistenza costante, voleva fortemente restare in vita, voleva fortemente vivere quella che invece il governo e le autorità sanitarie francesi hanno deciso per lui che fosse una esistenza non degna di essere vissuta, una esistenza confliggente con il suo ‘miglior interesse’.

Ed è davvero disarmante quello che accade in Italia dove, mentre l’ospedale Gaslini di Genova si dichiara per l’ennesima volta disponibile ad offrire cure mediche alla piccola Tafida nella speranza di poterle salvare la vita, il Parlamento continua a non decidere sulla questione della costituzionalità dell’art.580 del codice penale in relazione a quanto fatto dal radicale Marco Cappato nella vicenda di Dj Fabo, col rischio ormai concretissimo che su questa materia si pronunci ancora una volta un collegio di magistrati della Corte Costituzionale nell’udienza già calendarizzata per il 24 settembre prossimo scavalcando il Parlamento.

Il prossimo settembre, quindi, potrebbe essere una data storica per i sostenitori della ‘dolce morte’ in Italia e nel resto del mondo. E forse non è una scelta casuale quella della Corte inglese di attendere settembre per capire quello che accadrà in un Paese come l’Italia, nel quale si stanno concentrando come in un crocevia molte delle tematiche di scontro che sono state oggetto anche dell’ultima e recente competizione europea per rinnovare il Parlamento di Bruxelles.

Personalmente sono convintamente a favore della vita, sempre e comunque. A prescindere dal ‘migliore interesseì che per me è sempre quello di offrire una speranza e cure e assistenza a tutti. Ed auspico che l’Italia resti contraria ad ogni forma di eutanasia. E che questa decisione eventuale della Corte italiana prevista per settembre – o in alternativa un pronunciamento in extremis della politica italiana su questo tema in senso contrario alla deriva eutanasica – possa influenzare i giudici britannici e convincerli che la vita di Tafida, per quanto animata da flebili speranze, è degna di essere vissuta.

E questo nel nome del miglior interesse per lei, per i suoi coraggiosi familiari, ed in definitiva per tutti noi.