«Troppi dati al fisco con la e-fattura» ma è bufera

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Nel 2019, prima che il Paese e il mondo intero precipitassero nell’emergenza Covid, lo Stato italiano aveva registrato un aumento vistoso e in parte inatteso delle entrate fiscali. Una delle cause di questa tendenza è l’introduzione dell’obbligo generalizzato di fatturazione elettronica, meccanismo che permette all’Agenzia delle Entrate di seguire tutte le fasi delle transazione economiche. Niente di strano quindi che il governo continui a puntare sulle potenzialità di questa misura per il contrasto all’evasione fiscale, come indicato anche nel recentissimo Programma nazionale di riforma. Con il decreto fiscale dello scorso ottobre è stata introdotta una ulteriore novità: la memorizzazione dei file integrali relativi alle fatture, che resteranno per otto anni a disposizione di Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza per controlli e attività di analisi del rischio di evasione. Il decreto prevedeva anche Guardia di Finanza e Agenzia predisponessero misure di protezione della riservatezza degli interessati, con il parere del Garante della Privacy. Succede però che l’Autorità guidata da Antonello Soro quel parere sul provvedimento lo abbia dato: ed è negativo.

L’argomentazione di fondo è che la mole di informazioni prive di un diretto interesse fiscale è troppo rilevante, «sproporzionata in uno stato democratico, per quantità e qualità delle informazioni oggetto di trattamento, rispetto al perseguimento del legittimo obiettivo di interesse pubblico di contrasto all’evasione fiscale». Più nel dettaglio, il garante osserva che «annualmente risultano essere emesse circa 2 miliardi di fatture che, di regola, contengono dati, anche molto di dettaglio, volti ad individuare i beni e i servizi ceduti, con la descrizione delle prestazioni, i rapporti fra cedente e cessionario e altri soggetti, riferiti anche a sconti applicati, fidelizzazioni, abitudini di consumo». Potrebbero emergere anche informazioni sanitarie o relative a procedimenti penali.