Recessione in Germania, a rischio 85mila dipendenti dei grandi gruppi

Pre-pensionamento, uscite volontarie incentivate o licenziamenti concordati con le forze sindacali: dall'auto alla chimica fino alle banche

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Anche in Germania la recessione fa sentire i suoi effetti: saranno circa 85mila i dipendenti dei grandi gruppi industriali tedeschi a dover perdere il posto di lavoro nei prossimi anni. Sempre più inevitabile, infatti, l’attuazione di maxi-piani di ristrutturazione e taglio dei costi attraverso ambiziosi programmi di pre-pensionamento, uscite volontarie incentivate o licenziamenti concordati con le potenti forze sindacali. L’ultimo annuncio su mega-esuberi – come riportato da IlSole24Ore – è di Deutsche Bank lo scorso 7 luglio: 18mila dipendenti in meno entro il 2022 dagli attuali 90.800, di cui 900 – si è scoperto ieri a corollario di 3,15 miliardi di perdite nette una tantum nel secondo trimestre – hanno già perso il posto nell’ambito di un draconiano piano di ristrutturazione. Commerzbank sta facendo qualcosa di simile in un piano quadriennale: mira a 5.300 esuberi entro il 2020, calando a quota 38mila.

La recessione riguarderà anche il settore-simbolo dell’economia tedesca, ossia l’automobile. Già Volkswagen sin da marzo aveva annunciato riduzioni del personale tra 5.000 e 7.000 unità; Daimler, reduce da quattro profit warning in un anno, ha chiuso per la prima volta in 10 anni il secondo trimestre in rosso per 1,2 miliardi causa “voci straordinarie” e gli esperti prevedono 10mila dipendenti in meno (non confermati). Per Bmw saranno invece circa 4mila i tagli tra “pensionamenti e pre-pensionamenti, senza licenziamenti”.

Sulla stessa linea anche Basf (annunciati 6mila tagli entro il 2021), altri 6mila già preventivati da ThyssenKrupp, prima 10.000 e poi altri 2.700 in Siemens emersi negli ultimi mesi, 3.000 in SAP. A questi si sommano 4.500 esuberi in Germania confermati di recente da Bayer, nell’ambito dei 12mila su scala mondiale (10% sul totale) annunciati a fine 2018.