L’urlo di Confcommercio: “No alle aliquote differenziate ed agli aumenti dell’Iva”

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“Nel ricco cantiere delle anticipazioni e delle ipotesi di interventi in materia Iva, si segnala oggi il tema del ricorso alle aliquote differenziate: più alte per chi paga in contante, più basse per chi faccia ricorso a carte di credito o di debito. Per parte nostra, ci sembra anzitutto che davvero meriterebbe di essere attentamente considerata la tenuta del fondamento giuridico di un’imposizione fiscale ad aliquote differenziate in ragione del diverso mezzo di pagamento (moneta elettronica o moneta legale sotto forma di carta moneta o di moneta metallica) utilizzato per l’acquisto degli stessi prodotti o servizi. Quanto agli effetti di una simile tecnica, occorre poi muovere dai dati dì realtà e, anzitutto, dalla constatazione del fatto che, ad oggi, i pagamenti a mezzo carta rappresentano, in valore, non più del 35% della spesa delle famiglie”. È quanto si legge in una nota di Confcommercio sulle ipotesi di aumento dell’Iva. “Dunque – prosegue la nota – sarebbe tutta da verificare l’efficacia della differenziazione delle aliquote non solo ai fini della disincentivazione del ricorso al contante, ma anche e soprattutto in termini di contrasto degli effetti economicamente recessivi e fiscalmente regressivi dell’innalzamento delle aliquote legali Iva. Inoltre, non si comprende come gli ipotizzati meccanismi di compensazione fiscale potrebbero interessare la spesa, ad esempio, di turisti esteri provenienti dagli altri Paesi membri dell’Unione europea. Infine, sul piano complessivo, sembrerebbe che l’operazione dovrebbe concorrere ad un accrescimento del gettito Iva di circa 5 miliardi di euro. Sarebbe francamente arduo, allora, catalogare una simile architettura nella categoria delle ‘modulazioni con beneficio per gli italiani’ di cui ha parlato il Presidente Conte”. “Piuttosto – conclude Confcommercio – ci sembra che si vada delineando uno scambio compensativo tra più Iva e meno cuneo fiscale. Non è quel che occorre: crescita zero e venti di recessione richiedono una riduzione netta della pressione fiscale complessiva. Non è quel che serve: perché a chi gioverebbe visto che, nello scambio tra più imposte indirette e meno imposte dirette, a pagare di più sarebbero i livelli di reddito più bassi?”