Giuseppe Fava, “Siciliano” per vocazione

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Il ricordo a 36 anni dalla sua uccisione nell’assemblea con Mimmo Lucano de ‘I Siciliani Giovani’, eredi del suo messaggio nella Catania di oggi

È il 1984 quando a Catania accade qualcosa di insolito: si scopre la mafia. La pustola che aveva incancrenito la Sicilia occidentale e che, per anni, aveva condotto impunemente, anche sul suolo etneo, le sue azioni illecite, fatte di appetenti appalti pubblici assegnati ai cavalieri del lavoro e di regolamenti di conti tra i clan rivali, mostra pubblicamente il suo volto. Non lo fa con piacere, però. La mafia catanese aveva una sua “eleganza” e discretezza che la contraddistingueva da Cosanostra. Se Palermo era clamore, esplosioni ed uccisioni di giudici e giornalisti alla luce del sole, Catania agiva sempre subdolamente e scaltramente; o, perlomeno, fu così fino al cinque gennaio 1984.

La passione di un uomo smosse le coscienze dei catanesi e li costrinse a fare i conti con loro stessi; una sorta di aut-aut, dopo il quale nessuno fu più lo stesso. A Catania nacque un tipo di informazione, non asservita ai padroni e ai potenti, detentori di un asfissiante monopolio giornalistico, capace di mettere in prima pagina, senza paura delle conseguenze, nomi, cognomi e volti di chi aveva fatto della città etnea il suo parco giochi privato, come il boss mafioso Nitto Santapaola o il cavaliere del lavoro Gaetano Graci.

Giuseppe Fava fu, insieme ai suoi carusi, la miccia di un imprevedibile corto circuito in grado di mettere in crisi la consolidata autorità dei mafiosi catanesi. I Siciliani non fu solo il giornale ideato dal Direttore, piuttosto un avamposto di legalità e di verità, in una terra martoriata dall’omertà. Conoscere, non celare, informare, non insabbiare; questo il mantra che ha guidato le penne dei carusi e di Fava, anche dopo le prime minacce ricevute, perché chi possiede il vizio della verità, non si piega né riposa mai. E così avrebbe continuato ancora e ancora Giuseppe Fava, se non fosse stato assassinato la notte del cinque gennaio 1984 dai sicari di Santapaola. I cavalieri e i mafiosi pensarono che fosse finita, che, una volta messo a tacere Fava, il suo ricordo sarebbe sbiadito con gli anni e il suo giornalismo sarebbe divenuto una storiella da raccontare sbadatamente. Ma non fu così.

A trentasei anni dalla sua uccisione, il giornalismo di Giuseppe Fava, rivoluzionario per la sua autenticità, continua a vivere e a fare proseliti, soprattutto tra i giovani. “I Siciliani giovani” sono, infatti, l’esempio concreto della forza di certe idee che non muoiono mai, anche quando tutto attorno sembra appassire inevitabilmente, perché esse sono frutto di un processo culturale che ha avuto origine dalle parole e dalle azioni di Giuseppe Fava e che prosegue, anche se diversamente, oggi con la redazione guidata dal “caruso” Riccardo Orioles. È una scuola, un’esperienza di formazione e crescita personale; un luogo in cui un giovane può muovere a Catania i primi passi nel mondo del giornalismo, scoprendo come scrivere un articolo significhi raccontare una storia che avvicini il lettore alle vite degli ultimi, degli emarginati, dei lavoratori, mantenendo vivo quello spirito di un giornale capace di  guidare noi giovani giorno dopo giorno, perché “a che serve essere vivi, se non c’è il coraggio di lottare”?